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Da un catalogo per Il salone del design pubblico, Milano aprile 1999

I cartelloni pubblicitari sono sempre di più. Enormi appesi alle case, o più piccoli appoggiati in terra. Noi abbiamo provato a guardare dietro ad ogni pubblicità. Abbiamo trovato pezzi di cielo e spesso siamo riusciti a vedere la neve sulle montagne; una volta abbiamo visto il mare. Ma era quello di un'altra pubblicità. Di costumi. Dietro a due grandi facce con occhiali neri abbiamo trovato angoli e facciate. Angoli e facciate di case e palazzi. Spesso preferivamo vedere quelle facciate invece di quelle facce. Dietro a delle mutande un'altra volta abbiamo visto una chiesa. Crediamo vera. Ma forse era una réclame.

Se la pubblicità possa o meno essere interpretata come arte non ci interessa. Siamo semplicemente stufi di vederne così tanta. La nostra forse è una reazione anacronistica o immatura. Forse non abbiamo capito che la pubblicità è sempre più indispensabile per il sistema commerciale e di consumo, forse non abbiamo capito che le avanguardie artistiche ormai crescono in seno alle agenzie pubblicitarie, che fotografi, grafici, designer...hanno la possibilità di esprimersi solo grazie alle pubblicità. Forse non abbiamo inteso che la pubblicità, che le affissioni pubbliche sono segnali di modernità, simboli del nostro tempo.

Forse; ma forse abbiamo capito che si possono fissare dei limiti, che non si può accettare qualsiasi cosa perché “moderna”, o perché espressione di un'evoluzione economica.

I cartelloni pubblicitari sono troppi, sono troppo ingombranti, e sono espressione di una cultura dell'immagine che non vogliamo accettare come l'unica possibile.
Una volta dietro ad una pubblicità non abbiamo trovato più niente.

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